Made in China – Il gioiello di Shaxi

Set 25, 2014 1.784 visite

Mercoledì 23 settembre
Ore 7.15 il taxi che ci porterà alla stazione degli autobus a Lijiang è già arrivato. Con il suo aiuto facciamo il biglietto per Jianchuan, siamo diretti a Shaxi a un centinaio di km.
La nuova autostrada aperta 2 mesi fa, consente di arrivarci in un’oretta contro le 3,5 di prima.
Ci indicano un pulmino scassato da una 20ina di posti, con dei cuscini con l’orsetto sporchissimi, occupato da alcune signore, le loro ceste e balle, ma siamo sicuri che è il nostro? Ci immaginavamo uno di quelli più grandi vista la distanza. Ci sediamo, ma siamo veramente poco convinti. Mi alzo e vado da un ragazzo seduto al lato dell’autista, gli faccio vedere il biglietto e a gesti cerco di chiedergli se è quello giusto. Lui sta un’ora a guardare il biglietto, poi con la mano sbraccia indicando qualcosa che noi intendiamo come il pullman dietro al nostro. Scendiamo di corsa, stiamo per recuperare gli zaini dal bagagliaio, quando lo stesso ragazzo ci bussa dal finestrino degli ultimi posti indicandoci quelli…. oddio che casino, anche i gesti non si capiscono, prima quindi voleva semplicemente dirci che i posti assegnati erano in fondo!
È incredibile come anche la gestualità è diversa e crea incomprensioni, per noi un conto è indicare lì e un conto laggiù, ma qui non sembra fare differenza e poi i numeri, che casino, il tre per esempio si fa con l’ok, l’otto equivale al nostro 2, per il dieci si usano i due indici formando una croce. Ora siamo diventati bravi, ma i primi giorni è stata una commedia. Fortuna che quando si tratta di pagare i cinesi tirano fuori la mitica calcolatrice parlante, si proprio così, quando digiti un tasto dice il numero!
Il viaggetto in pullman va benone, anche se belli stretti sui mini sedili. Arrivati a Jianchuan, conosciamo una ragazza cinese anche lei diretta a Shaxi parla inglese, ci da indicazioni e prendiamo al volo un mini van.
Shaxi è un vero minuscolo paesino di montagna, era una delle oasi in cui si fermavano le carovane che percorrevano la via del tè. Qui il tempo sembra essersi fermato.
Gli anziani indossano i loro abiti tradizionali, così come le venditrici di frutta della campagna.
In giro c’è pochissima gente e i turisti, proprio pochi.
Il paesino è veramente minuscolo, nella via commerciale, circa 200 metri in tutto, ci sono le signore delle campagne che vendono la frutta di stagione, alcuni banchetti che preparano noodles e spiedini, due mini alimentari, due pasticcerie e 1 negozietto di souvenir. Poi c’è la piazzetta nella quale si trova una secolare pianta e il teatro cinese, circondata da meravigliosi caffè.
Tutte le abitazioni sono quelle originarie costruite con strutture in legno e muri di fango e fieno.
La vita scorre tranquillissima, con i ritmi lenti della campagna.
Lasciamo i bagagli nel nostro alberghino dal letto GIGANTE, praticamente 3 enormi piazze, e andiamo a farci un giretto. Entriamo in un edificio la cui porta d’ingresso sembra quella di un tempio e troviamo due buffe vecchiette che ci chiedono 1 euro per la visita, noi pensiamo del tempio, invece il tempio non esiste, e ciò che si visitano sono le loro case. Beh che dire, sempre molto affascinante ed emozionante vedere le vecchie case contadine, la cosa un po’ sconvolgente è che loro ci abitano ancora. Ci fanno vedere la cucina con gli enormi wok di ferro, una sorta di braciere a legna e la cucina completamente nera dalla fuliggine. Poi ci fa salire al piano di sopra sulle ripidissime scale di legno. C’è un altarino con le foto degli avi e uno spazio che credo sia per dormire. Il panorama da qui è meraviglioso. Le due vecchine sono molto cordiali e chiacchierano in continuo anche se noi gli parliamo in italiano e facciamo cenno di non capire, ma niente, loro chiacchierano e ti vogliono spiegare lo stesso!
Usciti dalla casa ce ne andiamo a pranzo, ci sono in tutto 3 ristorantini. Un cartello ci incuriosisce: “ravioli, pappardelle, tagliatelle e trofie fatte in casa” cavoli è scritto senza errori, questo è un italiano. Nel frattempo si affaccia il proprietario, un ragazzo di Milano che vive qui da 2 anni. Entriamo e iniziamo a chiacchierare con lui che ci racconta di aver compiuto una pazzia per raggiungere questo posto, è arrivato da Shanghai con la bicicletta cinese a tre ruote ed il carrello. Ha impiegato 3 mesi pedalando per la Cina e ora vive qui. La sua cucina è da paura, le tagliatelle sono veramente fatte a mano. Producono da soli anche il formaggio e il fior di latte per fare la pizza, qui non c’è nulla che assomiglia al nostro.
Dopo lo specialissimo pranzo all’italiana, ci andiamo a riposare, tanto abbiamo praticamente già fatto tutto quello c’era da fare qui.
Passare ore nel pieno relax nei caffè che circondano la piazzettina è l’attività migliore in questo posto. I locali accoglienti, l’ottima musica e il silenzio del paese ci inebriano. L’unica interruzione del silenzio si ha al passaggio del furgoncino della spazzatura che per far sentire che arriva, ha una musica a tutto volume.
Intorno alle 18.30 andiamo a cena, stavolta ristorantino locale, incredibile ma vero, oggi la pasta italiana mi ha appesantita troppo, ho bisogno della cucina cinese…incredibile!
La sera, a differenza dei paesi ultra turistici visti fin’ora, che si accendono con un’esplosione di luci, questo è nella penombra più totale. La piazzetta è leggermente illuminata solo dalle luci dei caffè intorno. Nessun tipo di illuminazione del paese. L’atmosfera è surreale, paradisiaca ed il silenzio regna!

di Chiara

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